La storia di Rose e Finn è il vero fulcro de Gli Ultimi Jedi

La parte di Canto Bight e la missione di Rose e Finn per trovare il maestro apricodici è stata aspramente criticata da alcuni fan, che l’hanno definita addirittura “inutile”.  “Guarda meglio” dice Rose a Finn, quando le luci e l’opulenza del casinò sembrano averlo accecato. Allo stesso modo, in queste poche righe, seguiremo il suo consiglio per analizzare in modo più approfondito questa storyline che, in realtà, contiene in sé la vera essenza de Gli Ultimi Jedi.  Le motivazione sono essenzialmente tre.

Temi nuovi e profondamente legati alla nostra realtà politica e sociale. Canto Bight è un luogo che, tolti speeder e alieni, potrebbe appartenere al nostro mondo. Un’allegoria neanche tanto velata di posti come Las Vegas o Montecarlo,un regno dorato di potenti che vivono nel lusso più sfrenato sul sangue di innocenti, soprattutto bambini. Quelli che vengono chiusi nelle stalle assieme ai fathier di cui si prendono cura, condividendone giaciglio e frustate. E quelli colpiti dalle bombe di un conflitto in cui Resistenza e Primo Ordine si uccidono l’un l’altro mentre arricchiscono una casta di mercanti senza alcuni scrupolo. Suona familiare?

La critica alla società occidentale odierna è evidente, anche attraverso il tema animalista sfiorato, ma neanche troppo da lontano, attraverso l’amore di Rose per i fathiers. E anche la stessa Rose, definita superflua e scialba da molti fan che hanno visto in lei solo una “quota asiatica” inserita a forza, è invece uno dei personaggi meglio riusciti dell’intera saga di Star Wars. Per la prima volta in assoluto, abbiamo come personaggio principale una ragazza senza particolari capacità, un piccolo ingranaggio nel grande meccanismo della macchina militare della Resistenza, una semplice tecnica addetta ai gusci di salvataggio. Non è una predestinata, non è un’eroina. È “una di noi”, una ragazza ordinaria che si trova a combattere a fianco degli eroi che ha sempre ammirato. E la stessa attrice Kelly Marie Tran la ricorda nel suo percorso professionale, finita da piccoli talk show alla ribalta del franchise più importante della storia del cinema. Rose è un personaggio unico nella saga e per questo svolge alla perfezione la sua funzione: mostrarci la Galassia lontana lontana da un punto di vista diverso, ma allo stesso tempo familiare: il nostro.

La creazione della Leggenda. La Nuova Trilogia è legata in modo indissolubile agli oggetti: la spada di Anakin, il Falcon, la bussola, i dadi fortunati. Ce n’è uno, però, che svetta su tutti come simbolo della poetica di Johnson e del messaggio del film, l’anello di Rose. Un semplice e anonimo gioiello che cela in sé la Speranza, il tema di Star Wars per eccellenza. E se il filone narrativo di Rey e Luke ci mostra come il vecchio eroe divenuto riluttuoso maestro decide di immolarsi per far sopravvivere la scintilla della Ribellione, senza Canto Bight e il viaggio di Finn e Rose non ne avremmo potuto cogliere la portata. Si perché la Leggenda di Luke Skywalker non vive nel ricordo di coloro che lo avevano conosciuto, ma nei racconti di quelli che ne hanno ascoltato le gesta e che vedono in lui il simbolo della libertà. Nelle parole di un bambino di Canto Bight che gioca con un bambolotto di paglia e lo mette davanti ad un AT-MT di rametti, sognando di combattere contro il Primo Ordine. E nel cuore del suo amico, quel giovane stalliere sensibile alla Forza a cui Rose ha regalato il suo anello, e che rappresenta il futuro. Della Ribellione. Di Star Wars.

Il messaggio per i fan. Mai come prima un episodio della saga era stato cosí metacinematografico. L’invito di Rose a guardare meglio, con cui si è aperto anche questo articolo, sembra un invito ai fan ad aprire gli occhi, la mente e il cuore ad un film che è complesso, molto più complesso di qualsiasi altro Star Wars. Johnson ci chiede tramite Rose di sospendere l’incredulità come mai prima d’ora, e non è un caso che il grosso dei detrattori del film non abbiano amato né lei né la storyline di Canto Bight: sono quelli che non hanno colto, o non hanno voluto accettare, il messaggio del film. Star Wars è anche il suo glorioso passato, ma deve distaccarsene per raccontarci nuove vicende, nuovi personaggi, nuovi luoghi e, soprattutto, per portare alle nuove generazioni la sua magia in un modo che possa piacergli e farli sognare. Il bambino del finale ne è la personificazione. Ma di nuovo a Rose è affidato anche un altro appello, che a me piace pensare che sia voluto. Troppi fan passano un sacco di tempo a denigrare qualcosa che dicono di amare, a spalare quintalate di fango sui nuovi episodi e insultando chi ci ha lavorato. E sebbene nessuno discuta il gusto personale, viene da chiedersi perché ci siano fan, anche di una certa età, che sprecano cosí tante energie per “combattere ciò che odiano”, invece di concentrarsi su ciò che amano.

Questo articolo, in fondo, non è che una risposta a quell’appello di Rose. Un invito, per voi che state leggendo, a riguardare il film con la mente bene aperta e, se ancora non dovesse piacervi, a non perdere tempo ad arrabbiarvi o cercare di convincere gli altri sui social che è un insulto alla vostra infanzia. Prendete il DVD della Trilogia Classica e riguardatevi quello che amate. Perché alla fine, come ci insegna il Maestro Yoda in un altro film troppo a lungo coperto di insulti dai fan, “l’odio conduce alla sofferenza”.

di Valentino Notari

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