

L’aria che si respira intorno a Star Wars profuma di transizione, di fine di un’era e di inizio di qualcosa che ancora non riusciamo a mettere completamente a fuoco, ma che già fa discutere, sognare e – inevitabilmente – dividere. La conferma dell’uscita di scena di Kathleen Kennedy dalla presidenza di Lucasfilm non è soltanto un cambio di poltrona ai vertici di uno studio: rappresenta un vero spartiacque emotivo e creativo per un franchise che, da quasi cinquant’anni, vive di cicli, rinascite e terremoti narrativi. Nella sua lunga intervista di commiato, Kennedy ha scelto di fare qualcosa che raramente accade a Hollywood: parlare apertamente dei limiti, delle paure e delle frizioni creative che hanno accompagnato lo sviluppo dei nuovi film di Star Wars. Il quadro che emerge è quello di un marchio potentissimo, amatissimo, ma anche estremamente prudente, quasi allergico al rischio. Una galassia lontana lontana che, paradossalmente, teme di fare un salto nell’iperspazio senza coordinate perfettamente calcolate.
Questo approccio conservativo ha avuto un impatto diretto su molti progetti annunciati con entusiasmo e poi rimasti sospesi in una sorta di limbo creativo. Registi di grande richiamo sono entrati e usciti dall’orbita di Lucasfilm senza mai arrivare al decollo, schiacciati dal peso di un’eredità gigantesca e da una macchina produttiva che fatica ad accettare deviazioni troppo audaci. Eppure, tra le tante navi rimaste in hangar, una sembra finalmente pronta a partire sul serio: la nuova trilogia affidata a Simon Kinberg.
Secondo quanto raccontato da Kennedy, il progetto di Kinberg è quello che ha raggiunto il livello di definizione più avanzato. Non parliamo di idee buttate su una lavagna o di promesse vaghe, ma di un percorso strutturato, con tappe precise e una visione a lungo termine che guarda oltre il 2030. Una prima bozza consegnata la scorsa estate è stata giudicata valida, ma non abbastanza ambiziosa. Da lì è iniziata una vera e propria rifondazione creativa che ha portato alla stesura di un trattamento mastodontico, circa settanta pagine, completato poche settimane fa. Un documento che rappresenta l’ossatura narrativa dell’intera trilogia e che ora attende di trasformarsi in una sceneggiatura vera e propria, prevista per marzo 2026.
Il dettaglio forse più interessante, per chi segue da anni le dinamiche interne di Lucasfilm, è l’allineamento totale di figure chiave come Dave Filoni con la visione di Kinberg. Un segnale fortissimo, soprattutto in vista del passaggio di consegne ai vertici dello studio. Significa che la nuova trilogia non nasce come un corpo estraneo, ma come un progetto pensato per integrarsi nella macro-narrazione costruita negli ultimi anni tra cinema e serie TV.
La scelta di Simon Kinberg, a ben vedere, è tutt’altro che casuale. Molti lo associano ancora principalmente al mondo degli X-Men, ma chi mastica davvero Star Wars sa che il suo contributo all’universo narrativo è stato fondamentale grazie a Star Wars Rebels. Quella serie animata ha fatto qualcosa di preziosissimo: ha ampliato il canone senza tradirlo, parlando sia ai fan storici sia a una nuova generazione di spettatori. È proprio quella capacità di equilibrio, di rispetto e reinvenzione, che sembra aver convinto Lucasfilm ad affidargli il timone di una nuova saga cinematografica.
Sui contenuti della trilogia, per ora, vige il massimo riserbo. Kennedy ha confermato che l’ambientazione sarà successiva agli Episodi VII, VIII e IX, collocandosi quindi oltre la conclusione della saga degli Skywalker. Una scelta che apre possibilità enormi e, allo stesso tempo, espone il progetto a una responsabilità gigantesca: raccontare cosa viene dopo una storia che, nel bene e nel male, ha definito un’epoca. Nessuna conferma ufficiale sul ritorno di personaggi noti, nessuna indicazione sui temi centrali, solo la certezza che non si tratterà di un semplice epilogo nostalgico.
Nel frattempo, l’universo di Star Wars continua ad espandersi lungo traiettorie parallele. Daisy Ridley tornerà a interpretare Rey in un film dedicato alla ricostruzione dell’Ordine Jedi, diretto da Sharmeen Obaid-Chinoy. Un progetto che guarda allo stesso periodo temporale della nuova trilogia, ma con un focus narrativo diverso. A questo si aggiunge il film guidato da Shawn Levy, con protagonista Ryan Gosling, anch’esso ambientato dopo la trilogia sequel ma completamente scollegato dai personaggi storici. Segnali evidenti di una strategia che punta a costruire un futuro condiviso, ma non monolitico.
Guardando indietro, diventa quasi inevitabile riflettere sugli errori della trilogia sequel, segnata da una staffetta creativa poco armoniosa tra J.J. Abrams e Rian Johnson. Cambi di rotta, visioni contrastanti e decisioni correttive in corsa hanno lasciato una sensazione di frammentarietà che ancora oggi alimenta discussioni accese nella community. La cautela attuale di Lucasfilm sembra nascere proprio da quella lezione, dal desiderio di evitare nuove spaccature e di costruire una direzione coerente prima di accendere le telecamere.
Marzo 2026, a questo punto, non è soltanto una scadenza produttiva. È una data simbolica, il momento in cui capiremo se Star Wars è davvero pronta a reinventarsi senza rinnegare sé stessa. La galassia è ancora lì, immensa e piena di possibilità. La domanda, quella vera, resta sospesa come una nave in orbita: questa nuova trilogia saprà parlare ai fan storici senza restare prigioniera del passato e, allo stesso tempo, conquistare chi guarda alle stelle per la prima volta?
La Forza, come sempre, è in equilibrio precario. E voi, da che parte sentite che stia andando questa nuova era di Star Wars?
L’articolo Star Wars verso una nuova era: la trilogia di Simon Kinberg prende forma dopo l’addio di Kathleen Kennedy proviene da CorriereNerd.it.











