
Il cappello da cowboy è diventato quasi una firma grafica, uno di quegli elementi che in una convention riconosci da cinquanta metri di distanza prima ancora di distinguere il volto. Dave Filoni, però, non è mai sembrato particolarmente interessato a costruirsi l’aura della celebrità hollywoodiana. Ha conservato piuttosto l’atteggiamento di quello che, seduto accanto a noi dopo una maratona di The Clone Wars, potrebbe iniziare a discutere di Plo Koon, lupi, Tolkien, samurai e vecchi concept di Ralph McQuarrie finché qualcuno non viene a spegnere le luci della sala. Ed è forse proprio questa sua natura apparentemente laterale a rendere straordinaria la posizione raggiunta: il ragazzo cresciuto in Pennsylvania disegnando e divorando immaginari fantastici è diventato Presidente e Chief Creative Officer di Lucasfilm, raccogliendo una responsabilità creativa che sarebbe difficile descrivere senza evocare inevitabilmente George Lucas. Dal gennaio 2026 Filoni guida infatti Lucasfilm sul versante creativo, mentre Lynwen Brennan ne è Co-President, coronando un percorso iniziato ventuno anni prima quasi con l’aria di una leggenda raccontata tra fan: una telefonata inattesa, il sospetto che fosse uno scherzo e, dall’altra parte della porta, l’uomo che aveva inventato Star Wars.
David Filoni nasce il 7 giugno 1974 a Mt. Lebanon, nell’area di Pittsburgh, e molto prima delle spade laser professionali la sua formazione passa attraverso il disegno, l’animazione e quell’educazione visiva artigianale che oggi rischiamo di dimenticare dietro la parola generica “contenuto”. Studia alla Edinboro University of Pennsylvania, dove si laurea nel 1996, e comincia a lavorare nell’animazione attraversando produzioni molto differenti tra loro: King of the Hill, Mission Hill, The Oblongs, poi esperienze nell’orbita Disney con titoli come Kim Possible, Lilo & Stitch: The Series e Dave the Barbarian. Il passaggio decisivo prima della galassia lontana lontana è Avatar: The Last Airbender, per Nickelodeon, dove dirige episodi della prima stagione. Riguardando oggi quella fase della sua carriera, diventa quasi irresistibile cercare anticipazioni dell’autore futuro: mondi costruiti attraverso culture riconoscibili, tradizioni tramandate, spiritualità che non viene trattata come decorazione, giovani personaggi costretti a crescere dentro conflitti più grandi di loro. Sarebbe semplicistico sostenere che Filoni fosse già “quello di Star Wars”, ma il suo interesse per il mito come materia viva era evidentemente compatibile con ciò che Lucas stava cercando. Nel 2005 arriva così a Lucasfilm Animation, chiamato personalmente da George Lucas per contribuire alla costruzione dello studio e guidare quella che sarebbe diventata Star Wars: The Clone Wars. Filoni stesso ha raccontato di avere inizialmente creduto che la proposta fosse uno scherzo; visto dove lo avrebbe portato quella telefonata, è uno degli aneddoti più deliziosamente nerd della storia recente di Hollywood.
Il rapporto con George Lucas rappresenta la vera frattura nella biografia professionale di Filoni, perché non coincide semplicemente con l’assunzione dentro un grande franchise. Lucas lo forma direttamente, discutendo con lui di narrazione, montaggio, personaggi, Forza, Jedi e struttura complessiva della saga. Filoni avrebbe poi spiegato di avere imparato a considerare Star Wars come un’unica storia anziché come una collezione di prodotti, una frase che aiuta a capire praticamente tutto ciò che avrebbe fatto negli anni successivi. The Clone Wars nasce precisamente dentro questa concezione: non riempire uno spazio cronologico fra Attack of the Clones e Revenge of the Sith, ma entrare nelle crepe emotive dei film e allargarle. I cloni acquistano identità, Anakin diventa progressivamente l’uomo che rende ancora più dolorosa la sua trasformazione in Vader, Obi-Wan porta addosso perdite che il cinema aveva appena suggerito, Mandalore smette di essere una parola per diventare una cultura, Maul torna dall’impossibile e soprattutto arriva Ahsoka Tano. Qui bisogna fare attenzione a una semplificazione molto diffusa: Ahsoka nasce dal lavoro congiunto di Lucas e Filoni. Filoni aveva inizialmente concepito una giovane Padawan chiamata Ashla all’interno di un progetto differente; Lucas propose di farne l’apprendista di Anakin e le diede il nome Ahsoka, mentre Filoni contribuì profondamente al design e alla successiva costruzione del personaggio. Perfino alcune influenze visive, come quella della San di Princess Mononoke, raccontano quanto il linguaggio di Filoni sia sempre stato attraversato da immagini provenienti da tradizioni diverse.
Ahsoka è probabilmente la chiave più interessante per capire Dave Filoni. Non perché sia semplicemente “il suo personaggio”, definizione che ridurrebbe un processo creativo collettivo, ma perché attraverso di lei emerge la sua idea di racconto: un mito funziona davvero soltanto se permette ai personaggi di cambiare, sbagliare, perdere certezze e perfino contraddire le istituzioni alle quali appartengono. La ragazzina inizialmente accolta con una certa diffidenza da una parte del fandom diventa una delle figure più amate dell’intero universo di Star Wars, attraversando generazioni, tecniche e linguaggi. Cresce in The Clone Wars, torna adulta in Star Wars Rebels, passa attraverso Tales of the Jedi, approda nel live action interpretata da Rosario Dawson in The Mandalorian e The Book of Boba Fett, fino a ottenere una serie propria. Il fenomeno è affascinante anche da un punto di vista quasi storico-artistico: Ahsoka è diventata una figura mitologica stratificata davanti agli occhi del pubblico, modificando silhouette, costume, postura e persino rapporto con la propria identità senza perdere riconoscibilità. Filoni ha accompagnato questa evoluzione per quasi vent’anni, e il percorso continua: la seconda stagione di Ahsoka, scritta e sviluppata ancora sotto la sua guida, riporta al centro il rapporto con Anakin Skywalker, Ezra Bridger e soprattutto la minaccia di Thrawn.
Dopo The Clone Wars, la tentazione sarebbe stata quella di vivere di rendita sulla nostalgia. Filoni sceglie invece un’altra strada. Star Wars Rebels raccoglie l’eredità dell’animazione precedente ma cambia atmosfera, estetica e scala, tornando deliberatamente alle radici visive di Ralph McQuarrie e costruendo la famiglia disfunzionale della Ghost attorno a Ezra Bridger, Kanan Jarrus, Hera Syndulla, Sabine Wren, Zeb e quel piccolo sociopatico meccanico chiamato Chopper. Da appassionata, continuo a considerare Rebels uno dei luoghi in cui si comprende meglio il Filoni narratore: dietro l’apparenza della serie d’avventura rivolta anche ai più giovani si accumulano lutto, responsabilità, identità culturale e quella concezione quasi iniziatica del sacrificio che attraversa Star Wars fin dalle origini. Kanan è forse uno dei Jedi più interessanti dell’intera saga proprio perché non nasce come maestro perfetto; deve diventarlo. Ezra scopre che crescere significa anche rinunciare al controllo. Sabine porta sulle spalle il peso della storia mandaloriana. Persino Thrawn, recuperato dall’universo narrativo creato da Timothy Zahn, viene introdotto senza trasformarlo in semplice fan service. Filoni aveva dichiarato già ai tempi di Rebels che il metodo appreso da Lucas consisteva nel pensare alla saga come a un organismo unico, e questo spiega perché i suoi racconti tendano continuamente a comunicare tra epoche differenti.
La trasformazione successiva, quella che probabilmente nessuno avrebbe potuto prevedere osservandolo lavorare agli storyboard nei primi anni Duemila, arriva con il live action. Accanto a Jon Favreau, Filoni diventa una delle principali forze creative di The Mandalorian, entrando fisicamente sul set, dirigendo episodi e traducendo in immagini reali una grammatica che aveva sperimentato per anni nell’animazione. La collaborazione funziona perché i due sembrano possedere sensibilità complementari: Favreau conosce la costruzione industriale dello spettacolo contemporaneo, Filoni porta con sé una specie di memoria interna della mitologia lucasiana. Da quella convergenza nascono Din Djarin e Grogu, ma tornano anche Bo-Katan, Ahsoka, Boba Fett e frammenti di una galassia post-imperiale progressivamente connessa. Il successo porta a The Book of Boba Fett, alla serie Ahsoka, mentre Filoni continua parallelamente a coltivare Lucasfilm Animation attraverso The Bad Batch e le antologie Tales of the Jedi, Tales of the Empire e Tales of the Underworld. Il cinema ha poi riaperto una porta che per Star Wars sembrava essersi chiusa per diversi anni: The Mandalorian and Grogu, arrivato nelle sale il 22 maggio 2026 con Filoni tra i produttori esecutivi, ha riportato sul grande schermo quella linea narrativa nata su Disney+.
Sarebbe però ingiusto leggere Filoni soltanto attraverso Ahsoka e i Mandaloriani, anche perché la sua firma è sempre più evidente nel modo in cui Lucasfilm continua a trattare l’animazione come laboratorio mitologico invece che come territorio minore. Star Wars: Maul – Shadow Lord, da lui creato e sviluppato insieme a Matt Michnovetz, ha riportato Maul al centro di una storia ambientata nei primi anni dell’Impero, scegliendo deliberatamente un’estetica più ruvida, pittorica e aggressiva rispetto a quella di The Bad Batch e delle ultime stagioni di The Clone Wars. La prima stagione ha debuttato nell’aprile 2026 e una seconda era già stata annunciata prima ancora della conclusione della prima; non è un dettaglio secondario, perché racconta quanto l’animazione rimanga parte della visione strategica di Lucasfilm anche ora che Filoni occupa l’ufficio più importante della sua carriera.
Proprio quella scrivania, però, cambia inevitabilmente la prospettiva. Il 15 gennaio 2026 Lucasfilm ha annunciato che Kathleen Kennedy avrebbe lasciato la presidenza dopo quattordici anni per tornare alla produzione, affidando a Dave Filoni il ruolo di President e Chief Creative Officer e a Lynwen Brennan quello di Co-President. È un passaggio quasi simbolicamente perfetto per una saga fondata sul rapporto tra maestri e apprendisti, anche se sarebbe troppo facile trasformarlo nella solita retorica del “passaggio della torcia”. Filoni non è George Lucas e probabilmente la cosa più sana per Star Wars è che non tenti mai di esserlo. Lucas era un autore-imprenditore capace di inventare il proprio sistema produttivo; Filoni lavora dentro una multinazionale dell’intrattenimento, deve confrontarsi con cinema, streaming, parchi, licensing, fandom globale e una franchise architecture infinitamente più complessa. Il suo compito non consiste quindi nel custodire un museo, ma nel decidere quali parti di quella mitologia possano ancora cambiare senza perdere la propria identità.
Forse è qui che il fan con il cappello da cowboy diventa davvero interessante. Filoni conosce Star Wars con l’intimità di chi l’ha studiato per tutta la vita, ma ha avuto anche il privilegio irripetibile di apprenderlo direttamente dal suo creatore; contemporaneamente appartiene alla generazione cresciuta consumando quelle immagini come fandom, la stessa generazione che ha imparato che un’action figure poteva essere un oggetto affettivo, che una guida illustrata poteva diventare quasi un testo sacro e che discutere per ore sulla Forza non era tempo perduto. Questo lo rende vicino agli appassionati, ma non infallibile. Alcuni adorano la sua tendenza a collegare personaggi e linee narrative, altri temono che la galassia finisca per restringersi attorno alle sue creature preferite; qualcuno vede in lui il custode ideale della continuità, qualcun altro vorrebbe da Lucasfilm più rotture, territori nuovi, autori meno legati alla mitologia già conosciuta. Sono tutte discussioni legittime, e forse persino necessarie.
Dave Filoni è arrivato a dirigere Lucasfilm seguendo una strada improbabile: non quella del produttore che conquista Hollywood dall’esterno, ma quella dell’animatore che ha trascorso anni a osservare come funzionano i miti dall’interno, fotogramma dopo fotogramma, personaggio dopo personaggio. Ora possiede qualcosa che nessun cappello, titolo aziendale o celebrazione del fandom può rendere più leggero: la possibilità di contribuire a decidere cosa diventerà Star Wars per chi ancora deve incontrarlo per la prima volta. Ed è proprio questo il pensiero che mi lascia più curiosa, perché noi fan sappiamo benissimo quanto sia facile amare ciò che conosciamo già; molto più difficile è costruire qualcosa che tra vent’anni qualcuno ricorderà con la stessa emozione con cui oggi ricordiamo Ahsoka che abbandona il Tempio, Kanan davanti al fuoco o quel piccolo Grogu che allunga una mano verso il cielo. Da qui in avanti sarà interessante capire se Filoni continuerà soprattutto a ricucire la galassia che ha ereditato oppure avrà il coraggio di aprire porte verso luoghi che neppure noi abbiamo ancora imparato a desiderare. E su questo, conoscendo il fandom di Star Wars, la discussione è appena cominciata.
L’articolo Dave Filoni: biografia, carriera e futuro di Star Wars alla guida di Lucasfilm proviene da CorriereNerd.it – Il magazine nerd by Satyrnet.











