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Star Wars e Pride Month: la Forza è sempre stata più queer di quanto molti vogliano ammettere

Basta riguardare la Cantina di Mos Eisley con gli occhi di oggi per accorgersi di una cosa quasi buffa: la galassia di Star Wars è sempre stata un luogo popolato da outsider, creature ibride, identità fluide, ribelli che non trovavano posto nell’ordine dominante. Eppure per decenni il franchise creato da George Lucas ha raccontato la diversità più attraverso metafore, sottotesti e suggestioni che tramite personaggi dichiaratamente LGBTQIA+. Una specie di paradosso cosmico, se ci pensate bene. La saga che ha insegnato a intere generazioni a credere negli emarginati, negli ultimi, nei diversi, ha impiegato anni prima di trasformare quella sensibilità in rappresentazione esplicita.

Poi qualcosa è cambiato. Lentamente, a volte goffamente, altre volte con coraggio vero. E oggi, durante il Pride Month, guardare l’universo di Star Wars attraverso la lente queer significa accorgersi che la Forza non appartiene più soltanto agli archetipi classici dell’eroe maschile etero cresciuto nel deserto. Significa entrare in una narrazione dove identità, orientamenti e relazioni hanno finalmente iniziato a occupare spazio nel canone ufficiale, nei fumetti Marvel, nei romanzi, nelle serie animate, nei videogiochi e persino nelle produzioni live action più recenti.

Il bello è che spesso il fandom aveva intuito tutto con largo anticipo. Perché i fan di Star Wars, soprattutto quelli cresciuti tra convention, forum, fanfiction e cosplay, hanno sempre avuto la capacità di leggere tra le righe. Internet prima dei social era pieno di discussioni assurde e meravigliose su possibili dinamiche queer nella trilogia classica. Alcune erano ironiche, altre sorprendentemente lucide. E in fondo il concetto stesso di “famiglia scelta”, fondamentale nella cultura LGBTQIA+, è praticamente il DNA narrativo della Ribellione.

Pensate a Lando Calrissian. Ancora oggi resta uno dei simboli più discussi della rappresentazione queer nella saga. Non tanto perché il personaggio abbia avuto una conferma esplicita sullo schermo, quanto per il modo in cui Donald Glover lo ha reinterpretato in Solo: A Star Wars Story. Bastavano pochi gesti, sguardi, quella relazione volutamente ambigua con il droide L3-37 e soprattutto quell’energia seduttiva impossibile da rinchiudere dentro categorie rigide. Glover, durante le interviste promozionali, disse una frase che fece il giro del fandom: “Come puoi non essere pansessuale nello spazio?”. Una battuta? Sì. Ma anche una dichiarazione perfettamente coerente con l’immaginario di Star Wars. Jonathan Kasdan andò persino oltre, parlando apertamente della fluidità del personaggio e della volontà di raccontare uno spettro sessuale più ampio rispetto al passato.

Ed è curioso che proprio Lando, il personaggio più stylish, ambiguo e irresistibilmente libero della trilogia originale, sia diventato quasi il ponte ideale tra il vecchio Star Wars e quello contemporaneo. Perché l’universo queer della saga oggi è vastissimo, disseminato in media diversi, spesso lontani dai riflettori del cinema mainstream ma fondamentali per capire quanto Lucasfilm abbia iniziato ad aprirsi a nuove identità narrative.

La figura più importante in questo senso probabilmente resta Doctor Aphra, o meglio Chelli Lona Aphra, archeologa geniale, manipolatrice, sarcastica, emotivamente ingestibile e assolutamente adorata dal fandom. Aphra non è soltanto un personaggio queer: è un personaggio scritto magnificamente, pieno di difetti, desideri tossici, fragilità autentiche. Una protagonista che sembra uscita da una fanfiction impazzita tra Indiana Jones, Lara Croft e Han Solo dopo una maratona di energy drink e traumi emotivi. Le sue relazioni sentimentali, soprattutto quella con Magna Tolvan, hanno dato alla galassia lontana lontana una profondità queer mai vista prima. Non un token, non una comparsata simbolica, ma una vera protagonista narrativa.

E chi legge i fumetti Star Wars lo sa bene: spesso è proprio lì che la saga osa di più. Molto più dei film. Molto più delle trilogie cinematografiche schiacciate dal peso delle aspettative globali. Nei comics e nei romanzi il franchise respira meglio, sperimenta, introduce personaggi nuovi senza la paranoia del box office. Così sono arrivati figure come Sinjir Rath Velus, ex ufficiale imperiale diventato parte della Ribellione nella trilogia Aftermath, oppure Delian Mors, governatrice di Ryloth nel romanzo I Signori dei Sith.

Poi esistono personaggi che sembrano usciti direttamente da quella meravigliosa follia cosmica che soltanto Star Wars riesce a creare. La coppia composta da Flix e Orka in Star Wars Resistance, ad esempio, ha qualcosa di tenerissimo e autentico. Due meccanici alieni che litigano, collaborano, si proteggono, vivono insieme come una normalissima coppia all’interno di una stazione spaziale ai margini della Resistenza. E forse il punto è proprio questo: la normalità. Non il bisogno continuo di trasformare ogni personaggio LGBTQIA+ in manifesto politico o tragedia esistenziale. A volte basta lasciarli vivere dentro la storia.

Lo stesso discorso vale per l’era della Star Wars: The High Republic, che probabilmente rappresenta il momento più apertamente inclusivo mai attraversato dal franchise. Jedi non binari come Terec e Ceret, coppie sposate come Velis e Santec, identità raccontate senza il bisogno di sottolinearle continuamente. Una scelta narrativa intelligente, perché restituisce l’idea di una galassia realmente vasta, stratificata, impossibile da ridurre a una singola cultura dominante.

E poi ci sono i videogiochi, spesso sottovalutati quando si parla di rappresentazione queer. Eppure Star Wars: Knights of the Old Republic aveva introdotto già nel 2003 il personaggio di Juhani, considerata da molti una delle prime figure LGBTQ+ dell’universo espanso di Star Wars. Pensateci un secondo: era un periodo in cui molte produzioni mainstream avevano ancora paura perfino di nominare apertamente certe identità. KOTOR invece lo fece dentro un RPG gigantesco che ancora oggi viene venerato come uno dei migliori giochi Star Wars di sempre.

Anche Star Wars Jedi: Survivor ha continuato questa apertura attraverso personaggi come Gulu e Gido, coppia storica di Coobo. Piccoli dettagli? Forse. Ma il fandom queer ha imparato da tempo quanto sia importante vedersi riflessi anche nei frammenti laterali della narrazione.

Naturalmente il discorso diventa più complesso appena si entra nel territorio delle serie live action moderne. The Acolyte ha probabilmente rappresentato il tentativo più esplicito di portare una sensibilità queer direttamente al centro della saga televisiva. La showrunner Leslye Headland non ha mai nascosto la volontà di raccontare una storia attraversata da identità queer, desiderio, tensioni emotive e relazioni non convenzionali. E infatti le reazioni online sono state esplosive, divisive, spesso tossiche nel modo più deprimente possibile.

Perché diciamolo chiaramente: ogni volta che Star Wars apre le porte alla rappresentazione LGBTQIA+, una parte del fandom reagisce come se qualcuno avesse distrutto la propria infanzia con una spada laser. Una dinamica assurda, soprattutto considerando che Star Wars è sempre stato un racconto politico, progressista, anti-fascista e profondamente umanista. Grand Moff Tarkin e l’Impero non erano esattamente metafore sottili.

Eppure proprio questa tensione rende importante il Pride Month dentro il fandom. Perché celebrare i personaggi queer di Star Wars non significa soltanto contare quanti siano canonici. Significa riconoscere che milioni di fan LGBTQIA+ hanno abitato questa galassia molto prima che Lucasfilm iniziasse a rappresentarli apertamente. Hanno indossato armature da stormtrooper ai cosplay contest, scritto fanfiction alle tre di notte, discusso di Jedi e Sith nei forum IRC, trovato conforto nell’idea di essere “diversi” in un universo che parlava continuamente di outsider, di destino, di identità nascoste.

E forse è proprio qui che Star Wars riesce ancora a essere speciale. Non nella perfezione della rappresentazione — perché la saga è ancora lontana dall’aver esaurito il discorso — ma nella capacità di evolversi insieme alla sua community. Una community enorme, caotica, litigiosa, appassionata fino all’eccesso, dentro cui convivono generazioni diversissime. Chi è cresciuto con Star Wars: Episodio IV – Una nuova speranza guarda la saga con occhi diversi rispetto a chi è arrivato attraverso The Mandalorian o i videogiochi moderni. Ma la Forza continua a funzionare proprio perché riesce ancora ad accogliere nuovi punti di vista.

E a pensarci bene, una galassia popolata da Jedi mistici, gangster slug giganti, archeologhe moralmente discutibili, droidi sarcastici, piloti ribelli e creature provenienti da migliaia di pianeti differenti sarebbe stata davvero credibile senza spazio per identità queer? Forse Donald Glover aveva ragione fin dall’inizio. Come puoi non essere fluido nello spazio?

La sensazione, oggi, è che il viaggio sia appena iniziato. E che le storie più interessanti della galassia lontana lontana debbano ancora essere raccontate.

L’articolo Star Wars e Pride Month: la Forza è sempre stata più queer di quanto molti vogliano ammettere proviene da CorriereNerd.it.

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